Melindo

Melindo camminava sempre come se fosse su un cornicione poco più largo di una spanna. Metteva attentamente un piede davanti all’altro tenendosi in equilibrio allargando leggermente le braccia e guardando in basso dove posava i propri passi.

Melindo aveva cinquantaquattro anni ed un Gilera color panna, tenuta insieme con dello spago per pacchi, quando arrivava al tornante avevi sempre l’impressione che si sarebbe ritrovato addosso al pioppo che indicava la strada per la Contrada Vecchia, o che sarebbe ruzzolato giù per la scarpata per finire nel fiume che scorreva lì sotto. Per lui che amava tanto il vino, morire nell’acqua sarebbe stata la beffa peggiore.

Melindo era il suo nome vero, ma lo chiamavamo tutti il Toni Postin, perchè da giovane aveva lavorato alle Poste fino a quando in qualche modo era stato messo in pensione per motivi di salute.

Melindo era sempre ubriaco, anche quando stava qualche giorno senza bere perchè veniva ricoverato in ospedale da Don Dino, il parroco del paese. Melindo aveva un berretto da aviatore di quelli della I guerra mondiale, con le coperture per le orecchie che arrivavano fin sotto ed un paio di occhiali grandi grandi, che si infilava quando montava sulla sua Gilera e andava al Rifugio Guardia 1500 per il suo primo bicchiere della giornata verso le tre del pomeriggio.

Melindo un pomeriggio è rimasto al bar insieme a noi mentre si giocava a bocce, la solita squadra del Tarcisio contro la solita squadra del Mario Barbiere e ad ogni tiro era un bicchiere di vino. Il Mario non era barbiere, ma il padre si. Alla fine della partita, dietro le tavole di legno che delimitavano il campo di gioco, c’erano otto bottiglie vuote, sei di birra e due di vino. Noi bevevamo solo birra, quando si giocava, e lui Breganze o Marzemino, ma non quelli di marca, quelli non aveva i soldi. Si beveva il vino che davano al bar, fatto chissà dove e chissà come, ma lui diceva sempre che quello era Breganze, oppure Marzemino.. Il giorno che riscuoteva la pensione si concedeva del Pinot Grigio che andava a comprare dal Roberto Fornaio, e faceva vedere a tutti la sua bottiglia con l’etichetta che c’era su la scritta Pinot Grigio.

Melindo non lo sapeva nessuno come viveva, in quella casa fuori dell’ultima contrada, sulla strada verso Campogrosso, perchè nessuno lo andava mai a trovare. Dicevano che una volta aveva preso moglie, ed aveva pure una figlia, ma che poi lei era fuggita con uno di Verona, uno che vendeva mobili, e lo aveva lasciato lì da solo e così aveva cominciato a bere, che prima era quasi astemio.

Melindo una sera lo abbiamo ritrovato addosso al pioppo con la moto a terra e ci siamo spaventati, ma poi ci siamo resi conto che era solo ubriaco e si era addormentato appoggiato all’albero mentre pisciava, così gli abbiamo messo su una coperta e l’abbiamo lasciato lì. Il Giampaolo era già andato a chiamare il dottore, mentre noi si stava lì a fumare e scherzare tra di noi.

Melindo è stato una settimana in ospedale perchè il parroco ha chiesto e pregato e minacciato il primario di tenerlo dentro e fargli tutti i controlli del caso.

Melindo è tornato a casa sua con l’ambulanza e sembrava un altro, ben vestito e sbarbato, e con un profumo che finalmente non era nè Breganze nè Marzemino, ma acqua di colonia.

Melindo l’ha ritrovato dopo qualche giorno una signora che gli andava a fare le pulizie pagata dalla chiesa, ed era morto lì sul suo letto ed una bottiglia di vino appoggiata con cura a terra, che piuttosto di spanderne un goccio meglio berne un pozzo, stappata da poco, ed il gatto che miagolava per la fame.

Melindo al suo funerale lo accompagnammo noi sei o sette ragazzotti della contrada che si giocava a bocce e si andava a donne e gli si pagava sempre un giro al Toni Postin, ed in chiesa Don Dino disse poche parole. Fu allora che scoprimmo il suo nome vero. Dopo, lentamente ci siamo incamminati al cimitero, e quando l’hanno messo sotto terra ci è venuto a tutti il groppo in gola. Finita la funzione ci siamo dispersi per il cimitero, ognuno a raccontare quel che era successo ai propri cari, nonni, genitori, zii, fratelli, e dirgli sai nonno, mamma, Mario, è morto anche il Toni Postin, con quello che si beveva è un miracolo che era arrivato a cinquantaquattro anni.

Al bar ci siamo ritrovati la sera, ed abbiamo bevuto una bottiglia di Breganze alla sua salute. Ce ne siamo fatti portare una di quello buono, che Melindo non se l’era mai potuta permettere una bottiglia così.

pubblicato il 13 giugno 2009

Teoria delle bolle

Ho raggiunto la conclusione che la struttura dell’Universo sia a forma di bubble-gum.

All’inizio il tempo non esisteva, quindi non si sa esattamente cosa volesse dire la frase ‘all’inizio’.

Il Grande Masticatore solamente esisteva, e si accorse che mancava qualcosa. In verità mancava praticamente tutto, quindi ne approfittò per mangiare una gomma da masticare. Dove avesse trovato una gomma da masticare nell’Universo vuoto, è uno dei misteri da svelare, naturalmente.

Scartò la tavoletta di gomma, e subito sorse il primo problema: dove gettare la carta, visto che non esisteva nulla?

Il Grande Masticatore, all’inizio del Tempo, scartò la gomma da masticare ed iniziò a muovere le proprie mandibole, creando così le stelle, i pianeti e, infine, la vita.

La forza gravitazionale, quella strana cosa che da Newton in poi ogni scienziato tenta di spiegare, non è altro che la forza di coesione tra le particelle della gomma masticate dai denti del Primo in Assoluto..

L’espansione dell’Universo è spiegabilissima con il Grande Masticatore che fa i palloncini.

Analogamente, nove e supernove possono essere comprese considerando gli urti contro il palato, mentre i famosi Buchi Neri altro non sono che i denti cariati del Masticatore.

Anche la materia oscura, da lungo tempo cercata, ci sono buone indicazioni che sia la saliva dello Scartatore di Gomme, che capisco bene potrebbe essere un problema per gli astrofisici. I teologi potrebbero continuare il loro lavoro, discettando sul problema di conoscere che sapore avesse, all’inizio, la gomma masticata dal Grande Masticatore.

Ogni popolo potrebbe, di conseguenza avrebbe una religione comune, con l’unica differenza nel gusto della gomma masticata.

Anche se, visto come vanno le cose, immagino che la Gomma Originale non dovesse aver avuto un buon sapore.

Risolto, ovviamente, anche il problema della fine dell’Universo: quando il Grande Masticatore sarà stanco di masticare, Egli sputerà la gomma nell’Immondo Cestino.

Da lì, un nuovo Universo si inizierà, con una Nuova Gomma Profumata.

Una domanda che mi sto ponendo, da quando ho elaborato questa teoria:

Mentre mastica, cosa altro fa il Grande Masticatore?

Sono solo bit

Seduto sulla poltrona, presi i cavi di connessione, e cominciai a guardarli.
Non volevo tornare laggià, non ancora, almeno.
Non avrei saputo piu’ cosa fare, cosa dire, come comportarmi; e se poi l’avessi incontrata ancora?
Forse, entrando con una identità diversa … ma no, stavo dicendo stronzate, e lo sapevo benissimo.
Lei mi conosceva troppo bene, ed io so mentire così male, mi avrebbe scoperto dopo un paio di frasi.
Eppure era più forte di me.
Magari, potevo andare in un posto diverso, ce ne son cosi’ tanti che ….
No, neanche questo potevo fare, lo sapevo. Non avrei resistito alla tentazione.
Misi da parte gli elettrodi, e richiesi un blues dal cd; un brano di Johnny Lee Hooker, struggente, da ascoltare in cuffia a mezzanotte, poi …
Mi stava prendendo sempre più la malinconia, non potevo non cercare di vederla ancora una volta.
La musica, poi non mi aiutava di certo, stava cantando Patty Smith, con la sua voce lacerante, sembrava dilaniarmi l’anima.
Iniziai a connettermi, ed il familiare fruscio che accompagnava l’inserimento in Rete torno’ a farmi compagnia, un’altra volta.
Ero dentro!
Sentivo i bit scorrere attorno a me, ero pres dalle correnti che ruotano attorno alle banche dati, ed i flussi trasportatori delle Realtà Virtuali mi scivolavano accanto come acqua di un mare mai dimenticato.
Ero dentro.
Ancora quella sensazione, sentirsi scomposto in atomi fondamentali, preso dalle mille direzioni, e ricomposto al termine del viaggio.
Riuscii ad orientarmi abbastanza agevolmente, e mi diressi verso le Stanze Virtuali, dove sapevo che l’avrei incontrata, o che avrei incontrato qualcuno che l’aveva vista ultimamente.
In sottofondo, i Nirvana accompagnavano il mio viaggio, cantando My Girl.
Trovai infatti, quasi subito, un avatar che mi si avvicino’.
‘Ciao, Ice’, mi disse, ‘parecchio che non ci si vede’
”Ciao a te … ‘ (cazzo, non mi ricordavo chi fosse … dovetti leggere il suo metafile) ‘ciao Holly, come va?’
‘A me abbastanza bene. Tu, che mi racconti? ‘
‘Hai visto … ?’ chiesi
‘Stai parlando di Gloriah?’ un sorriso ironico apparve sulla sua faccia elettronica
‘Si,’ risposi ‘ di chi altro dovrei parlare?’
‘Già, facevate coppia fissa fino a qualche tempo fa. Mi spiace, Ice, e’ tanto che non la vedo’
Beh, mi dissi, pretendevi di trovarla appena entrato? Dopo due mesi che non ti facevi più vedere? Cretino, mi dissi, sei mica l’unico, e lo sai!
‘Grazie lo stesso, Holly, ci si vede, eh?’
‘Hey, Ice, perchè non provi alla Rising Sun House? E’ una nuova VR, molto frequentata. C’e’ Express che fa entrare la gente, te lo ricordi lui, no? Prova là’
‘Ok, proverò a cercarla laggiù’
Iniziai a cercare questa VR, con il nome di un vecchio brano di Dylan, anche se a me piaceva più la versione degli Animals.

Ci misi un po’ prima di arrivare, era stata ben mascherata, e dovetti fare parecchi bounce prima di arrivare, ed anche pagare per qualche link, ma tanto avevo giga di Ram di cui potermi disfare senza problemi.
Arrivai davanti alla Rising Sun. Però, avevano fatto le cose in grande! Due mesi di tempo oggettivo son tanti nella Rete, e possono cambiare tante cose … ed anche nella Real Life, se e’ per questo.
Ora gli Aerosmith narravano di sogni, cantando Dream On.
Due mesi sono abbastanza per macerarsi nei ricordi, per struggersi nei rimpianti, per leggere un file e mettersi a piangere, per aprire una cartella e non vedere niente di nuovo, sono abbastanza due mesi, si … sono abbastanza.
Vidi Express all’entrata, che mi riconobbe immediatamente.
‘Ma guarda chi c’e’, Ice Kent, il nostro amico della vecchia stanza … ehi, amico, dove sei stato tutto questo tempo, eh?’
‘Ciao Express, fai il buttafuori nelle chat, ora, eh? Quando ti ho conosciuto eri uno dei peggiori pirati del W3C’ mi vennero in mente tanti particolari di quel che io ed Express avevamo fatto assieme sul WEB, e mi tornò parte dell’antico orgoglio. Raddrizzai le spalle, colorai meglio il mio avatar, la mia immagine virtuale, e gli chiesi: ‘Mi hanno detto che forse, qui da te … ‘
Non mi fece finire :’Gloriah e’ di la’, e ti aspetta’
Non volevo crederci :’Mi aspetta? da due mesi?’ I REM cantavano Imitation of Life, nel frattempo, e mai brano sembrava più indicato….
‘E cosa credevi, dove pensavi che potesse andarsene, dopo che tu l’hai abbandonata in quel modo? Entra, ma datti una sistemata, ok?’
Entrai, e fui subito assalito dalla confusione, tutti che parlavano tutti insieme, con delle immagini digitali coloratissime, strane, alcune complicatissime; evidentemente in questi ultimi due mesi era uscito qualche nuovo software.Mi sentii un po’ antiquato, con il mio sobrio avatar, ma mi feci largo tra la folla, ed iniziai a cercare Gloriah.
Fu lei che trovo’ me.
Un piccolo lampeggio vicino al mio occhio destro, mi stavano contattando, e quando risposi affermativamente, era lei.
Il suo abito digitale era bellissimo, triste al tempo stesso.
Completamente senza colori, un insieme di bianchi, neri e grigi, con un’unica macchia di colore, una cintura verde bottiglia, che le avevo preparato ed installato personalmente.
Andai verso di lei, senza vedere le facce di chi mi circondava, e quando fui in contatto, le dissi, stupidamente: ‘Ciao Gloriah, come stai?’
I Beatles pregavano, dicendo Let It Be.
Mi guardò con i suoi occhi bellissimi, come quelli che aveva nella RL, e mi disse ‘Ciao Ice. Come vuoi che vada? e a te?’
Io non sapevo cosa risponderle, il cuore, quello digitale e quello reale, stavano correndo come una mandria di cavalli, ed il ciclo di sistema superò il 95 per cento.
Attesi un attimo per ricompormi, e quando fui di nuovo padrone della situazione, le dissi: ‘Perchè mi hai aspettato tutto questo tempo? Perchè non hai trovato qualcuno migliore di me?’ e Cindy Lauper  strillava Time After Time.
Lei mi guardò, il suo sguardo aveva una profondità che non le avevo mai visto, e mi rispose: ‘Perchè ti amo, Ice, e non potrò mai amare nessuno come te’
Queste parole ebbero su di me, un potere enorme. Mi sentii riscaldare il corpo, il mio avatar si illuminò di nuovi colori, ed anche la mia Gloriah subì una trasformazione analoga, i suoi grigi si tramutarono in rossi, celesti, verdi acqua e blu notte.
Mi tolsi rabbiosamente gli elettrodi dalla testa, mi alzai dalla Poltrona di Connessione, e mi diressi verso la camera da letto.
Lì, mia moglie mi attendeva, ancora seduta alla sua postazione, mentre mi guardava con occhi pieni di amore e di gioia, mia moglie, il cui nome in Rete era Gloriah, e che aveva atteso due mesi che io ritornassi con lei nella vita reale ed in quella digitale.
‘Dimmi ancora quello che mi hai detto prima’ le dissi.
‘Ti amo’, mi rispose.
Le slacciai la cintura verde bottiglia, e la sua vestaglia scivolò a terra.
Prima di baciarmi, Gloriah mi disse: ‘Ricordati pero’ di salutare, la prossima volta che lasci una stanza …. ‘
e ridendo allegri, trascorremmo, da due mesi a questa parte, la prima notte insieme vera, senza nulla di digitale tra di noi.
I Led Zeppelin stavano parlando, molto appropriatamente, di scale per il paradiso, Stairway to Heaven.

[pubblicato originalmente il 19 novembre 2001]

Ritorno

Primo Interno

I due medici discutevano a bassa voce tra loro, verificando dati, grafici, analisi, tracciati.

Il più giovane disse:

-Mike, credo che presto perderemo anche lui –

Il più anziano rispose:

-Non è detto, Boris. Lo stimolante che gli abbiamo somministrato stamattina è una molecola nuova, e stando a quel che dicono i biochimici dovrebbe riportarlo allo stato di R2F in diciotto ore –

-Aspettiamo, allora –

Primo passo

La donna araba era ancora lì vicino a me.

Null’altro vedevo, tutti i miei sensi erano offuscati, sembravano scivolare via insieme al liquido portato via dagli aghi di drenaggio.

Cosa è un ago di drenaggio? Questa parola mi era scaturita d’improvviso alla mente, ma sapevo che doveva essere quella giusta.

La donna araba non si era mossa.

Primo Flashback

La donna araba aveva in braccio un piccolo fagotto.

Dal fagotto provenivano dei gemiti, un pianto di bambino, piccolo.

Mi avvicinai per osservare il neonato, magari potevo regalare un pezzo di cioccolato a quella ragazza, le avrebbe fatto bene per il latte.

La piazza davanti allo spaccio militare era affollata quel giorno, camionette che portavano ufficiali in ispezione, camion diesel che riempivano l’aria di rumore e di nafta che trasportavano materiale da un fronte all’altro.

Un vecchio blindato trainato da una motrice verso un’officina.

Intorno, militari del Fronte Occidentale con le divise mimetiche color kaki, divise come la mia, e fucili a tracolla, fucili come il mio, e sorrisi ed occhiali da sole, sorrisi ed occhiali come i miei.

Mi avvicinai ancor di più alla donna con il bambino.

Alzai la copertina celeste per vedere il viso del bimbo.

Sotto la coperta un registratore che emetteva il pianto di un neonato, e tre fili che uscivano, per andare a finire dentro la borsa che la donna portava a tracolla.

Un filo Blu, il Cielo.

Un filo Rosso, il Sangue.

Un filo Bianco, l’Esplosione.

Secondo Interno

-Sono trascorse quasi venti ore, e non si vedono segnali di miglioramento -disse Boris

L’altro dottore continuò a guardare assorto il grafico dell’elettroencefalogramma: -Non riesco a capire. A quest’ora il paziente doveva essersi alzato, aver preso la sua divisa ed essere rientrato al proprio battaglione. Doveva essere nuovamente R2F, Ready to Fight. Non riesco proprio a capire –

-Di questo passo, sentenziò il dottor Boris, li perderemo tutti. Quale è il tasso di perdita? Cento, duecento ogni settimana?

Mike guardò alcuni tabulati: -Le ultime statistiche dal Dipartimento ci dicono duecentododici nell’ultima settimana, con un tasso di crescita del nove virgola tre per cento-

-Di questo passo li finiremo in meno di sei mesi. E dopo? –

-Non lo so. Dopo, non lo so –

Secondo passo

Ora una seconda figura era accanto alla donna araba, un’infermiera.

Stava sistemando meglio alcuni elettrodi (ecco un’altra parola che non sapevo di conoscere) sulle mie tempie, e regolando l’intensità del ticchettio di uno strumento, un ticchettio che mi aveva accompagnato nei miei sogni. L’infermiera uscì dalla stanza mentre la donna araba rimase accanto a me.

Secondo flashback

La donna araba aveva in braccio un piccolo fagotto.Dal fagotto provenivano dei gemiti, un pianto di bambino, piccolo.

‘Bastardi’ pensò il soldato. ‘Sono come insetti, escono dalle loro cazzo di tane, con i loro cuccioli, e sono centinaia e centinaia. Dovrebbero darci l’ordine di distruggerli tutti con il kerosene, dal primo all’ultimo’

Il militare si avvicinò alla donna, e la spinse via.

Il fagotto le sfuggì di mano, ed il neonato cadde per terra, aumentando il suo pianto.

La donna araba si chinò immediatamente sul piccolo, gli mise una mano dietro la testa, e vide che ne usciva sangue.

Si mise a strillare, chiamando aiuto, ma nessuno le si avvicinò. Il bimbo smise di piangere, e la donna, guardandolo, emise un urlo ancor più disperato.

Stringendosi il figlio al petto continuò ad urlare, e stavolta le sue grida erano insulti e maledizioni rivolti al militare.

‘Vaffanculo!’ pensò il militare. ‘Un cazzo di nemico in meno’

Poi alzò la pistola che aveva nella fondina, e sparò nel mezzo della fronte della donna, facendo schizzare il sangue sul terreno, dove si riunì per un’ultima volta con il sangue del bambino.

‘Anzi, DUE cazzo di nemici in meno!’ e se ne andò contento di aver svolto per bene il proprio dovere di soldato.

Terzo interno

Il colonnello si rivolse al dottor Mike: -Cosa c’è che non va, dottore? Perchè non riusciamo a fermare il processo di degenerazione nei nostri soldati? –

-Credo, colonnello, che nessun farmaco potrebbe più costringere quest’uomo, e tutti gli altri come lui, a combattere in un pianeta lontano e per scopi che non capiscono – rispose il dottore.

Terzo passo

La donna araba era sempre lì. Si era alzata dalla sua seggiola, e stava bagnando un fazzoletto prendendo l’acqua da una bottiglia sul comodino. Lei gli bagnò le labbra, poi la fronte.

Il ticchettio dello strumento era più lento di prima, ma il ritmo era costante.

Terzo flashback

La donna araba aveva in braccio un piccolo fagotto.

Dal fagotto provenivano dei gemiti, un pianto di bambino, piccolo.

-Shhh, piccolino, ninna nanna, ninna nanna – iniziò a cantare per far addormentare il bimbo. Dopo un poco, il pianto si interruppe, sostituito dal lento e calmo respiro di neonato. Con delicatezza estrema, la donna araba posò il figlio nella sua culla, e continuò a cullarlo ancora un poco.

Quando fu sicura che si fosse addormentato, si diresse in camera da letto, dove il marito stava ancora lavorando alla sua scrivania.

-Dorme? –

-Si. Tu, hai finito di lavorare per oggi? –

-Veramente mi manca ancora un poco, ma conto di terminare domani, così la settimana prossima potrò consegnare questo progetto. Adesso che siamo in tre, abbiamo bisognodi qualche soldino in più, non trovi?

-La donna si era avvicinata alla scrivania, mettendosi dietro al marito, ed iniziò a massaggiargli il collo e le spalle.

-Hey, Janina, che intenzioni hai, piccola? – chiese ridendo

-Beh, devo prendermi cura di tutti e due i miei ometti, no? Prima uno, ed ora l’altro – rispose lei

L’uomo si alzò dalla scrivania, ed abbracciò la moglie. Le mani di lui si appoggiarono alle natiche della moglie, ed iniziarono ad infilarsi sotto i pantaloni della tuta, toccando la carne soda, del colore della sabbia bruciata dal sole del deserto.

Lei si abbandonò a lui, sbottonandogli la camicia e giocando con i peli del petto del marito.

Lui si chinò per baciarle l’inguine, sfilandole intanto gli slip, ed ubriacandosi dell’odore di lei, usando le proprie labbra per accarezzarla.

La prese in braccio e la trasportò sul letto, stando attento a non far rumore.

Fecero l’amore reprimendo i gemiti ed i sospiri, per non disturbare il sonno del bambino.

Ultimo interno

-Anche il maggiore Sam Kezlosky si è risvegliato, Colonnello – disse il dottor Boris.

-Uno dei nostri migliori ufficiali…. – brontolò il Colonnello.

-Ma almeno possiamo sapere cosa sta succedendo ai nostri soldati? Abbiamo bisogno di rimandarli su Xantia al più presto e non possiamo permetterci di diminuire le forze con questa velocità-

-Vede, signore – spiegò Boris, -gli psicofarmaci che somministriamo ai nostri soldati fanno in modo da seppellire tutte le caratteristiche meno adatte ad andare in battaglia: amore, pietà e allegria, vengono completamente estirpati dalle teste e dai cuori dei soldati. Rimangono solo odio, rabbia e cattiveria, sostituendo le immagini degli Xantiani con quelle di vecchi nemici terrestri. Ognuno di loro vede una immagine differente, possono essere gli arabi per gli americani, gli israeliani per gli arabi, gli afgani per i. russi e gli americani per i giapponesi. Ma in ognuno di loro, quei sentimenti che servono per vincere le battaglie vengono amplificati, ed è per questo che fino ad ora facevano bene il loro dovere.-

-Questo lo so anche io, perdio! – sbottò l’ufficiale. -Io voglio sapere perchè ritornano ad essere dei maledetti sentimentali, nonostante tutti i medicinali e le terapie di Realtà Virtuale e le psicostimolazioni che forniamo loro, questo voglio sapere! –

L’ufficiale stava praticamente gridando in faccia al dottore, che attese che il Colonnello si calmasse, poi rispose:

-Perchè non potete estirpare l’umanità da un essere umano – Fece una breve pausa e poi aggiunse: -Signore-

Ultimo passo

La donna araba era sempre lì. Era giorno, adesso, o forse qualcuno aveva aperto la persiana della finestra per far entrare la luce del sole. Dal panorama, sembrava primavera, forse era marzo.

Lui aprì del tutto gli occhi, e cercò la mano di lei.

La donna, al contatto della mano del marito, fece un sussulto, sentendo che le dita di lui si muovevano sotto le sue.

-Come sta nostro figlio? – furono le prime parole che disse.

-Sta bene, e cerca il padre, e spera che torni a casa presto –

Gli scuri occhi di lei brillavano, guardando il marito.

-Ormai sono guarito, non sarò più R2F, Ready To Fight. Sarò solo R2L, Ready to Live –

Ultimo flashback

La donna araba aveva in braccio un piccolo fagotto.

Dal fagotto provenivano dei gemiti, un pianto di bambino, piccolo.

-Perchè il piccolo piange, Janina? – chiese l’uomo.

La donna rise: -tu quando hai fame cosa fai, Sam? cominci a strillare anche tu, ‘dov’è il mio pollo, dove sono i miei hamburger? ‘ Si vede che il piccolo ha ripreso da te –

E sempre ridendo si sedette sul bordo del letto, si aprì la camicetta e scoprì un seno, gonfio di latte, a cui il piccolo si attaccò con forza.

Sam si avvicinò alla donna ed al piccolo, si mise proprio di fronte a loro.

Li guardò per un poco, poi si inginocchiò accanto alla moglie ed al figlio:

-Siete il più bello spettacolo del mondo! – e rimase così in ginocchio fino a che il piccolo si addormentò sul seno della madre.

pubblicato il 5 marzo 2005

Solo un granello di sabbia

Io sono solo un granello di sabbia, un granello di sabbia come ce ne sono a miliardi.

Non ti sei mai accorto di me, ma oggi voglio catturare la tua attenzione.

Sei cosciente della mia esistenza solo se ti entro in un occhio o se mi deposito sul tuo panino mentre sei al mare, e dopo avermi sputato ti dimentichi di me.

Tu non pensi a me, tu non vedi il singolo granello di sabbia, tu vedi solamente la spiaggia giallastra dell’estate o le dune bianche del deserto e pensi, forse, che anche gli occhiali che porti sul naso un tempo erano nient’altro che sabbia.

Oggi voglio proprio catturare la tua attenzione.

Non ti preoccupi da dove provenga ciascuno di noi, le strade che ogni singolo, individuale granello di sabbia ha percorso prima di arrivare qui da te, adesso, attraversando i mari o trasportati dai fiumi.

Ed anche ora che sono qui dentro, in questo contenitore a doppio cono, in questo cronotopo di vetro che chiami clessidra appoggiata sul mobile della tua stanza, tu vedi, ancora, sempre e solo sabbia.

Ma oggi riuscirò a catturare la tua attenzione.

Soffermati a pensare che noi ancora quassù nel cono superiore siamo in movimento, misurando la velocità del futuro che si trasforma.

Prova a pensare che quelli che sono già laggiù nel cono inferiore rimangono immobili, misurando l’immobilità del tuo passato.

Pensa al tuo presente, rappresentato da un piccolo foro, un esiguo passaggio tra prima e dopo, tra movimento e quiete, tra caos ed ordine.

Vedo che ora ho catturato la tua attenzione.

Ora stai pensando a quando il tuo futuro ed il tuo passato saranno mescolati insieme nel fondo della clessidra, stai pensando a quando tutto sarà immobile.

Guardi la tua clessidra che si svuota lentamente, con l’intenzione di rigirarla con un secco colpo della mano e far ricominciare il flusso nuovamente, ancora una volta.

Ti avvicini al mobile ed osservi attentamente il flusso sempre più veloce verso il basso, il fiato ti si fa corto nell’attesa del momento giusto.

Una goccia di sudore sta scendendo dalla tua fronte, poi un’altra, aspettando di ribaltare la clessidra.

Vedi il tuo viso sul vetro, la sabbia che è quasi finita ed il tuo riflesso che si svuota velocemente, e mentre ad un tratto ti porti una mano al petto vedo che ti stai accorgendo di me, finalmente.

Scivoli a terra, sforzandoti di tenere fisso lo sguardo su di me, perchè ora hai capito finalmente.

Io non sono solo un granello di sabbia.

Io sono il tuo ultimo granello di sabbia.

Ho catturato abbastanza la tua attenzione?

[pubblicato originalmente il 5 ottobre 2008]